DI STANZE / miniature
Angelo Petraglia

DI STANZE / miniature
ANGELO PETRAGLIA, piano solo

Di stanze documenta un’esperienza di registrazione in piano solo risalente al luglio del 2018. Di quasi due ore di improvvisazione registrate, poco era stato predeterminato se non la scelta – al contempo estetica e tecnica – di creare brevi composizioni estemporanee ponendo un limite ideale di cinque minuti per brano (da qui il riferimento alle miniature pittoriche, nel senso di opere dalla forma ridotta). Il lavoro a posteriori si è concretizzato nella selezione dei brani che meglio potessero soddisfare l’idea di sintesi e coerenza richiesta da un contributo discografico, sfruttando ed evidenziando l’eventuale riproposizione di materiali tematici e/o timbrici simili tra le tracce registrate. In linea con la filosofia che ha da sempre animato la mia ricerca in piano solo, ho deciso di lasciare il più possibile intatta la “verità” del momento rispetto al suono complessivo restituito da strumento e ambiente.
Mi è parso efficace il termine stanze, utilizzato nel titolo dell’album, per la specifica ampiezza della sua polisemia, che lascia aperte differenti interpretazioni.
Innanzitutto la stanza intesa proprio come ambiente, ambiente intimo e, per trasposizione, “ambiente sonoro”. Se il suono è alla base dell’esistenza della musica stessa («La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica. È il suono ciò che conta», scriveva Giacinto Scelsi nel 1953) e il suono origina dal movimento, la musica si sostanzia di “suoni” e “gesti” che solo secondariamente si cristallizzano in qualcosa che riconosciamo come codice, quindi linguaggio. Mi piace pensare a questa dimensione primigenia, originaria del creare musica come a uno spazio, appunto delle “stanze”, in cui entrare per innescare ogni volta quella parte di mistero – se vogliamo essere più prosaici di indefinibilità e di imprevedibilità – connaturata alla prassi dell’improvvisazione.
Un’altra possibile interpretazione del termine stanza è quella che rimanda all’universo della poesia, un universo a me altrettanto caro che quello musicale, sin dall’infanzia. In poesia il termine stanza può essere sinonimo di strofa, indicando un’unità strutturale autosufficiente all’interno di un’opera poetica più ampia, ma al contempo può indicare un componimento a sé stante costituito da una sola strofa, a similitudine di un componimento musicale formato da un’unica sezione o comunque da un’idea tematica fondamentale compatta e coerente, priva di ulteriori sviluppi. A sottolineare questo legame con la poesia tre brani presenti nel disco – vetro (I), vetro (II) e sabbia – sono ispirati alle liriche del giovane poeta milanese Davide Romagnoli (El silensi d’i föj druâ, Marco Saya Edizioni, Milano 2018) e altri due titoli Ballade I, Ballade II (cose non dette) tradiscono il riferimento a una forma poetico-musicale dalla lunghissima e articolata tradizione, ma che nella sua memoria conserva comunque l’intreccio fra le due arti.

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